Quali saranno gli effetti a lungo termine della pandemia sui nostri bambini e ragazzi?

Ha senso parlare di generazione COVID-19?

Queste sono chiaramente domande che non hanno una risposta univoca e certa ad oggi. E’ tuttavia importante interrogarsi su quanto le misure in atto per contenere il diffondersi della pandemia possano incidere sul benessere di bambini e ragazzi. La socialità e il confronto con i pari sono infatti aspetti centrali per favorire le capacità cognitive e relazionali in età di sviluppo. Il dibattito pubblico sembra polarizzarsi su posizioni inconciliabili su questo tema, nel difficile compito di tenere in equilibrio le esigenze di sanità pubblica, quelle economiche e quelle psico-sociali (sempre, ahimè, poco considerate e discusse).

Alcuni spunti di riflessione con relative fonti:Un report tecnico dell’European Centre for Disease Prevention and Control dal titolo COVID-19 in children and the role of school settings in transmission – first update del 23/12/20 mette in luce alcuni dati interessanti: il contesto scolastico, dati alla mano, non sembra contribuire in modo significativo al propagarsi del contagio. I trend di contagio tra i ragazzi nella fascia 16-18 anni sono paragonabili a quelli nella fascia 19-39 anni. Chiudere le scuole andrebbe considerata come l’ultima misura da mettere in atto, se misure appropriate e consistenti di prevenzione del contagio sono messe in atto in ambito scolastico e nella comunità in cui la scuola è inserita.https://www.ecdc.europa.eu/…/children-and-school…

Il gruppo di lavoro sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, in collaborazione con UNICEF, ha elaborato un progetto incentrato sul diritto all’ascolto e alla partecipazione per rilevare le opinioni degli insegnanti e degli studenti in relazione alla pandemia COVID-19. Il 95% degli insegnanti lombardi intervistati riferisce di essere riuscito a raggiungere l’intera classe con la didattica a distanza. Tuttavia, un 10% degli studenti è rimasto escluso. Il fattore che ha influito più negativamente sul lavoro dei docenti è stata la mancanza di rapporto diretto con gli studenti (https://www.opl.it/…/16438-Il-diritto-ad-essere…). Da parte degli studenti intervistati, si rilevano aree di criticità rispetto alla situazione attuale, ma anche molte risorse. Per esempio tra gli aspetti migliorati rispetto a prima riportano la maggiore frequenza di attività all’aperto e la percezione di una maggiore benevolenza e solidarietà tra compagni e da parte degli insegnati. Le emozioni positive, quali felicità, allegria, tranquillità, divertimento, sono riportate con una maggiore frequenza rispetto a quelle negative (https://www.opl.it/…/16439-Il-diritto-ad-essere…).

Forse dovremmo imparare qualcosa dallo sguardo dei nostri bambini e ragazzi sulle cose.

Rispetto al rischio che ci sia una generazione COVID, mi sento di condividere il punto di vista di Massimo Recalcati espresso ormai qualche mese fa sulle pagine di Repubblica: «Non ci sarà nessuna generazione Covid a meno che gli adulti e, soprattutto, gli educatori non insistano a pensarla e a nominarla così lasciando ai nostri ragazzi il beneficio torbido della vittima: quello di lamentarsi, magari per una vita intera, per le occasioni che gli sono state ingiustamente sottratte. Coraggio ragazzi, siete sempre in tempo anche se siete in ritardo! È, in fondo, nella vita, sempre così per tutti: siamo sempre ancora in tempo anche se siamo sempre in ritardo.»

https://www.massimorecalcati.it/images/Massimo_Recalcati_-_La_Repubblica_-_23_novembre_2020_-.pdf

La posizione più equilibrata è, come spesso accade, nel mezzo. Tra il gridare alla catastrofe irreparabile e il far finta che va tutto bene.

Osserviamo i nostri ragazzi in modo attento cercando di intercettare i possibili segnali di disagio e lavoriamo sul nostro disagio in questa situazione.

Loro ci osservano e ci ascoltano molto più di quanto pensiamo. Da quello che facciamo e diciamo (o non diciamo) capiscono se possono stare tranquilli o se devono allarmarsi.

Trasmettiamo la fiducia che questo non è «per sempre», che è una fase lunga e faticosa. Ma che come tutte le fasi, passerà.

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