Le parole degli antichi spesso colpiscono per la loro capacità di cogliere realtà universali e per la loro attualità.

Nell’antica Grecia di Platone, Aristotele e Ippocrate, tra medicina e filosofia vigeva una relazione di scambio e influenza reciproca.

Nel tempo, con il progresso scientifico e l’avvento di metodi e strumenti sempre più sofisticati, la medicina si è allontanata dalla vocazione umanistica delle origini, orientandosi sempre più verso una iper-specializzazione e una oggettività riduzionista.

Gli esseri umani, tuttavia, sono sistemi complessi in cui corpo e mente sono costantemente in relazione bidirezionale. Se, da un lato, è necessario e auspicabile che lo studio del corpo e della mente umana vengano condotti in modo rigoroso e quantificabile, allo stesso tempo è importante che nella pratica clinica si tenga sempre presente la persona oltre la malattia, il significato che questa assume all’interno della storia individuale e del contesto in cui la persona è inserita.

La scienza deve necessariamente semplificare la realtà per poterla studiare, ma quando incontriamo la singola persona nella relazione di cura dobbiamo avere occhi e mente aperta a rilevare la complessità e l’unicità di quella specifica esistenza. Queste riflessioni assumono ancora più significato nella cura della malattia mentale, per cui non è possibile identificare in modo semplice e riduzionista una base biologica su cui agire per eliminare il sintomo.

Questa citazione mi ha colpito perché ben descrive quello che la mia formazione con un approccio cognitivo post-razionalista e relazionale mi ha insegnato a fare: interrogarsi sul significato che il sintomo assume per la persona in quello specifico momento di vita e co-costruire insieme un percorso per re-inserire il momento di difficoltà all’interno della propria storia, ritrovando così un senso di continuità e coerenza interna.

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